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Randy Harrison parla di Tommy

Giovedì, 14 luglio, 2011

Di: Charles Giuliano
Fonte: berkshirefinearts.com
Tradotta da: Robin
Redatta da: Marcy


Charles Giuliano: Buongiorno, è grandioso parlare con te, e saluti dal nostro amico John Douglas Thompson. Gli dispiace di non esserci perché a causa del breve periodo di rappresentazione non potrà vederti in Tommy.

Randy Harrison: Il periodo delle repliche è così breve che molte persone stanno perdendo lo spettacolo, sfortunatamente.

CG: Perché un periodo così limitato? C’era qualcosa nella tua agenda da imputare come fattore?

RH: La mia idea è che, poiché abbiamo il doppio dello spazio rispetto al Palco Principale allo Berkshire Theatre Festival, non fossero sicuri di come sarebbero andate le vendite. Sono stati cauti. Questa è completamente una mia supposizione. Sto solo ipotizzando.

CG: Avevi qualche altro lavoro in pendenza che ti tratteneva?

RH: No, andrò a Washington il 7 agosto. Ho altre 3 settimane nel mezzo.

CG: Cosa farai?

RH: Sto lavorando ad una commedia di Alan Bennett, The Habit of Art, allo Studio Theatre.

CG: Ti abbiamo osservato da vicino qui durante gli ultimi anni. E’ degno di nota vederti accettare ruoli duri, impegnativi, seri. Negli ultimi tre anni hai interpretato due volte Beckett ed Ibsen. Siamo rimasti stupiti dal tuo monologo nei panni di Lucky (in Waiting for Godot), che è tra le cose più difficili che un attore possa fare. Di cosa si tratta? Cosa significa il tuo andare in cerca di ruoli classici provocatori?

RH: Onestamente, è quello che voglio vedere di più. Amo Beckett. Amo guardare Beckett. Sin da quando ero al liceo e lo leggevo, ne ero affascinato. Volevo scoprire come sarebbe stato recitarlo. Perché recitare se non accetti le sfide e non sei disposto a metterti alla prova? E’ il motivo per cui lo faccio. Mi annoierei se facessi la stessa cosa di continuo. O qualcosa di troppo semplice.

CG: Farai mai Krapp’s Last Tape?

RH: Quando sarò vecchio. Voglio avere ogni parte in Beckett che io sia capace di interpretare.

CG: Parliamo del grado di difficoltà. Che obiettivo stai cercando di raggiungere con questo lavoro così impegnativo?

RH: La ragione principale per cui l’adoro è in qualità di mero membro del pubblico ed essere umano. Da lettore di Beckett, l’opera mi parla. Su un livello più profondo rispetto a qualsiasi altra cosa. Lo trovo davvero molto, molto rassicurante. E confortante. La prospettiva di Beckett sull’esperienza umana è simile alla mia. E’ più di cercare soltanto sfide.

CG: Potresti spiegarti meglio? Questo è un commento così interessante, su Beckett e sulla tua vita.

RH: Sento come se lui veda la futilità in un sacco di gesti umani ma trovi anche un profondo humor e umanità. Nell’in qualche modo insignificanza dell’esperienza umana. E’ ciò che provo quando noto che, oh, il nostro paese sta cominciando un’altra guerra. Trovo soltanto che ci sia qualcosa di assurdo e riprovevole in ciò che fanno gli umani. C’è anche qualcosa di stranamente redimibile in lui. Quando osservo Beckett mi sembra che l’esperienza del personaggio sia simile alla mia.

CG: Quando vedo Beckett, si insidia dentro di me. Tendo ad iniziare a guardare alla vita attraverso quella lente. E’ complicato liberarsene. Com’è per te?

RH: Ho spesso quella sensazione. Quella è la lente attraverso cui vedo la vita. Così non me ne sbarazzo mai.

CG: Alcuni attori mi hanno detto che dopo un’esibizione basta fare una doccia e il personaggio scivola via. Altri, in particolare attori metodici, diranno che i ruoli si stratificano l’uno sull’altro e alla fine confondono la psiche. Una volta che ti sei appropriato del personaggio, come te ne liberi?

RH: Per me tutto cambia a seconda dello spettacolo. E del ruolo. Qualche volta è sorprendente che non siano necessariamente gli aspetti più oscuri a condizionarmi di più. Dipende da quanto sia differente dalla mia esperienza quotidiana. Quanto sia diverso da me stesso. Inoltre gran parte di tutto è nel processo. Molti degli aspetti non sono necessariamente per me il ruolo o l’opera teatrale. A volte, se il processo è molto difficile, o c’è molta tensione durante le prove, o ci sono problemi tecnici, per coerenza vai a casa e hai bisogno di scaricare ed essere molto attento nell’elaborare. E’ dura sapere cosa ti colpisce e sapere come scrollartela di dosso.

CG: Parlando di andare a casa e sfogarsi, puoi darci una piccola descrizione di quel momento?

RH: Qualche volta devi solo ragionare ad alta voce su tutto quello che è successo alle prove. Tutto quello che stai attraversando. Grazie a Dio, assolutamente, gli attori sono delle creature molto sociali. Puoi sempre chiamare un altro attore per farti una birra e dire, “Oh mio Dio, questo è quello con cui sto avendo a che fare. Questa è la parte della commedia che non riusciamo a comprendere.” Oppure, sai, “Il regista è un idiota. Sto per dare di matto”. Qualunque sia la cosa che hai bisogno di fare, devi farla, non riesci ad andartene a letto. Proprio dopo le prove, o dopo uno spettacolo. Hai bisogno di dare la tua esperienza a qualcun altro. Di avere qualcuno che si identifichi o ti aiuti ad elaborare parti difficili. Questo è quanto.

CG:Quando un attore è profondamente immerso nel ruolo, potrebbe o meno volerti rispondere. E’ una questione di risposta del personaggio.

RH: E’ vero. Soprattutto nel fare qualcosa come Tommy ora che sono costantemente prudente riguardo con la mia voce. Avrò abbastanza energia per fare lo spettacolo stasera? Così sono sempre tipo presente a metà quando sono con le persone. Sto realmente pensando e deglutendo per capire a che punto sia la mia voce. Cercando di farmi un’idea di quale sia il mio livello d’energia. Calcolando quante ore ho prima di iniziare a riscaldarmi. Devo fare un pisolino? Quindi non ci sei mai completamente. La tua giornata intera è rivolta alle due ore che sei sul palco e cosa devi fare per essere nel posto giusto.

CG: Sembra di sentire un atleta che si allena per le Olimpiadi.

RH: Di certo in un musical. Direi, oltre che per un monologo come quello di Lucky che è molto intenso, un musical è molto atletico. Ma, come ho detto, dipende da cosa ti stia domandando il ruolo.

CG: Quello che sono arrivato a rispettare del tuo lavoro è che è così professionale. Vediamo raramente questa componente nel teatro musicale. Tipicamente per un interprete è 50% voce, 25% danza e 25% recitazione. Tu sembri offrire il pacchetto completo. Uno dei recensori ha fatto una notevole osservazione. Non abbiamo potuto cogliere il dettaglio dai posti in balconata. Ma lui ha commentato la scena in cui tu eri sul pavimento, di fronte allo specchio, ed eri tormentato da tua madre. Con le dita, apparentemente, facevi movimenti come a voler manipolare le levette della macchina del flipper. C’è un’attenzione al dettaglio così rimarchevole che raramente si incontra nel teatro musicale.

RH: Penso che tu lo faccia ed anche no. Sono stato molto fortunato. Molto spesso ci si trova bloccati in un solo tipo di teatro. Dipende interamente dallo spettacolo. Odio fare generalizzazioni di massa. Molto volte il teatro musicale richiede solo una cosa molto specifica all’interprete. Se fai quella, e solo quella, per periodi di tempo prolungati non ti stai ponendo determinate domande che gli attori che fanno sempre Shakespeare o Chekhov si pongono. E’ per questo che è così importante per me che la mia carriera sia più varia possibile. Perché penso ti renda un attore migliore.

CG: Non c’era un tempo nella tua carriera quando avevi molto successo come star televisiva? Le persone ti avevano in una scatola.

RH: E’ vero fino ad un certo punto. I direttori di casting cercano sempre di dirti “Oh, questo è quello che sei.” E “questo è quello che vogliamo tu faccia.” Quindi è una battaglia costante non solo per me, ma per ogni attore che c’è. Dicono costantemente “No, voglio fare questo.” Il minuto in cui fai qualcosa che ha successo, le persone vogliono soltanto che tu la faccia in continuazione.

CG: Sembrava che tu fossi arrivato ad un punto nella tua vita e nella tua carriera dove hai preso la decisione di allontanarti da tutto questo.

RH: Sì. E’ vero.

CG: Cos’è stato parte di quella decisione di voler dire “no, non voglio essere questo, voglio essere di più?”

RH: Gran parte sta nel fatto che mi annoio. Sapevo che se avessi continuato a fare il tipo di cose che facevo avrei cominciato a prenderla alla leggera e a non farle bene perché non sarei stato più emotivamente coinvolto. Questa è buona parte della ragione, in più amo così tanti tipi diversi di teatro. Volevo imparare come interpretare diversi stili di recitazione. Se avessi fatto sempre la stessa cosa sarei diventato limitato. Non volevo che accadesse.

CG: Tu reciti spesso del teatro innovativo in piccole strutture con un pubblico limitato. Se il ruolo ti intriga, lo intraprendi. Non sembri mai intento a guardare i profitti o quale sia il passo migliore per la tua carriera. Sembra più che tu voglia il lavoro più interessante. E’ giusto?

RH: Sì, certo. Dovrei preoccuparmi di più degli interessi economici. Mentre invecchio, e lontano dalle serie TV e dai soldi che ho guadagnato, devo essere molto più cosciente di come otterrò l’assistenza sanitaria e pagherò le bollette.

CG: Hollywood è interessata a te? E Broadway? Quanto ti interesserebbe proporti per un ruolo principale a Broadway o in una grande produzione filmica?

RH: Faccio audizioni per spettacoli a Broadway alcune volte all’anno. Non mi propongo mai molto per i film. E’ un tiro debole contro persone molto più inserite. Hanno molta più esperienza nel farlo. Quelle sono certamente cose che mi interessano. Tendo ad avere molto più successo lavorando con persone con cui ho già lavorato. Non credo che Tommy sarebbe stato un ruolo che sarei mai riuscito ad ottenere se avessi fatto un’audizione. Non so dire esattamente perché. E’ un ruolo che mi calza a pennello e sono orgoglioso della mia esibizione.

CG: Ho un rapporto di lunga data con Tommy. Come persona di quell’era ho visto molte volte i The Who. Inclusa una volta, con un amico, in prima fila quando hanno fatto Tommy dal vivo. E’ un’esperienza che non dimentichi mai. Sfortunatamente è quello che ti porti dietro a teatro. Stai ascoltando e pensando: come l’avrebbe suonata Keith Moon? Oppure pensi a Peter Townshend che vola in aria con quegli attacchi a spirale sulla chitarra. Dov’è Roger Daltrey che fa oscillare il microfono? Come ho detto nella recensione, in molti modi, hai richiamato Roger Daltrey.

RH: Sul serio?

CG: Non vocalmente, perché le vostre voci e stili canori sono diversi. Ma solo guardandoti sul palco sembrava esserci una somiglianza straordinaria. 

RH: Sì, è per questo che ho voluto i capelli lunghi.

CG: In particolare, quando sei uscito fuori col completo scintillante e a petto nudo. Ho pensato, “Oh mio Dio, è Roger!”

RH: Sì, è stato sicuramente un tiro riuscito. Sul piano visivo volevano creare suggerimenti a lui e onorarlo.

CG: Hai dato chiaramente qualcosa di tuo alla produzione.

RH: So di non cantare come lui. Non potrei cantare il ruolo come fa lui.

CG: Ma non stai provando ad essere una rockstar. Sei un attore e la musica è parte della confezione.

RH: Sì.

CG: All’inizio hai avuto successo con musical di Broadway. Davi l’impressione di aver deciso di allontanartene, fino ad ora.

RH: Ho fatto un musical, non l’autunno scorso, ma quello prima. Un musical a Yale. Nello spirito di mantenere la mia carriera quanto più varia possibile e facendo le cose che voglio. Ci sono molti altri lavori nel teatro musicale e pagano di più. Potrei molto semplicemente andare da musical a musical. Amo cantare ed amo la musica ma non posso fare soltanto questo, altrimenti diventerei frustrato. Quindi devo fare lo sforzo di non praticarla per un po’.

CG: Grazie di essere venuto nel Berkshire con Tommy. E’ stato un bel regalo.

RH: Ero emozionato di cantarci e di esibirmi. Ero eccitato di dover recitare in questo teatro e di cantare i The Who.

CG: Durante il finale della sera d’apertura bastava osservarti, come tu interagissi con gli altri attori e il pubblico che saltava fuori dalle poltrone acclamando, sembravi davvero carico di tutta quell’energia.

RH: Sì, è stato uno spettacolo molto speciale. Il teatro era fantastico.

CG: Puoi parlarci della chimica nel recitare per un teatro pieno e che impatto abbia su di te?

RH: Mi coinvolge immensamente. Dal momento in cui divento Tommy (cominciando dal Narratore) quasi tutta la mia interazione è col pubblico. E’ una parte molto, molto estesa ed Erico (Hill, il regista) voleva che io, il mio personaggio il Narratore e Tommy, includessero continuamente il pubblico. Quasi tutta “Come to My House” è direttamente cantata al pubblico. Per il finale è lo stesso. Perché gli spettatori hanno costantemente un ruolo nello show, e quando gli si canta direttamente verso la fine della chiusura dello spettacolo, si sentono moltissimo parte dell’intera esperienza. E’ meraviglioso. Anche quel finale che proprio non riesci ad anticipare. E’ catartico.

CG: Eravamo sulla balconata e quando sei apparso la prima volta tra ti abbiamo sentito così vicino. Sentivo, “caspita, posso allungare la mano e toccarlo.” Eri così vicino.

RH: Bene.

CG: Bello stratagemma. Dal momento in cui hai aperto bocca ho sentito come ti fossi appropriato di Tommy. C’è stato quel legame istantaneo col personaggio.

RH: E’ stato un gesto deliberato da parte di Eric quello di avermi tra il pubblico all’inizio. Sono uno degli spettatori. E’ il punto che Tommy ribadisce alla fine. Siamo tutti uguali. Non devi essere per forza come me. Il punto è che finalmente sono come voi. E’ qui il bello. Voleva che mi radicassi nel pubblico, e non che fossi la classica persona che arriva sul palco e dice la sua storia.

CG: Il che ci porta alla tua fanatica schiera di fan nel mondo. Ogni volta che scriviamo qualcosa su di te, compare dovunque. Quando trasmetti questo a pubblico, e dev’essere stato vero anche per i The Who, in realtà lo fai da quello strano posto che occupi. Come una rockstar con dei fan fanatici. Come ti rapporti a tutto questo? Voglio dire, se ti soffi il naso, finisci in prima pagina.

RH: (Ridendo) Cerco di non esserne troppo consapevole, onestamente. E’ strano, a pensarci. Quando sto recitando, e so che c’è molto supporto per me nel pubblico, sono molto, molto grato.

CG: Quando canti “Come to My House” dici a coloro che ti seguono di essere se stessi. “Non seguitemi.” Sapendo in che posizione ti trovi, e quello che ci dici, che cosa comporta in termini di performance?

RH: Credo di capire cosa lui stia cercando di dire perché l’ho sperimentato. Voglio dare il potere a chi mi segue di essere loro stessi. Voglio che capiscano che non c’è niente da guadagnare con me che loro non abbiano già.

CG: E’ un messaggio così duro.

RH: Penso di sì. E’ da lì che proviene “We’re Not Gonnah Take It”. Le persone rigettano davvero quell’idea. Si rifiutano.

CG: L’altra notte alla festa siamo andati via presto. Non so se tu sia uscito allo scoperto.

RH: L’ho fatto, alla fine.

CG: C’erano tutte queste persone che ronzavano intorno alla porta con le loro macchine fotografiche e dei regali. Pronte a circondarti. L’ho notato anche ad un’apertura del BTF. Appari molto cortese, ma essere assaliti così dopo un’esibizione, com’è per te?

RH: E’ molto, molto massacrante. Sono grato dell’attenzione ricevuta ma essere presente con le persone richiede molta energia fisica ed emotiva. Non riesco a sedermi come se niente fosse ed autografare cose e finirla lì. Provo ad esprimere la mia gratitudine, ma è difficile, specialmente dopo uno spettacolo. Vuoi solo startene con gli amici e non aver a che fare col resto.

CG: Significa così tanto per i fan.

RH: Vero. Ecco perché ho bisogno di rilassarmi dopo lo spettacolo e prepararmi per questo. E’ più sfiancante del fare lo spettacolo. Almeno lo è stato nel Berkshire. Non capita così spesso. Qui al BTF succede così tanto perché mi esibisco da così tanto tempo, ho iniziato a fare spettacoli quando Queer As Folk era ancora al culmine. In genere, quando mi esibisco altrove c’è molta meno presenza.

CG: Da quanti anni sei al BTF?

RH: Questo è il sesto o il settimo.

CG: Cos’è che ti fa tornare?

RH: Le opportunità che ricevo. Trovo già che i dintorni del Berkshire siano così splendidi. Sono al punto di essere dipendente dal trascorrere un paio di mesi qui ogni anno. Non saprei come fare senza.