Lunedì, 12 luglio 2010

Di:
Elyse Sommer
Fonte:
curtainup.com
Tradotta da: Robin
Redatta da: Marcy


No, non rimpiango nulla, tutto quello che rimpiango è di essere nato, morire è una faccenda così lunga e stancante… - Samuel Beckett

Nulla è più divertente dell’infelicità. Sì, sì, è la cosa più comica del mondo. E noi ridiamo, ridiamo, con una volontà,all’inizio. Ma è sempre la stessa cosa - Nell

Come tutte le commedie di Beckett, e forse ancora più del solito, il significato di Endgame non è qualcosa che può essere velocemente riassunto in una nota di Twitter. Tipico del Teatro dell’Assurdo, ha momenti spassosi abbastanza da generare rumorosi risolini nel pubblico. Ma non recatevi al secondo palco del BTF, lo Unicorn, aspettandovi che il regista Eric Hill abbia usato il suo talento per tocchi di regia unici, per giungere ad una versione leggera di Beckett, adatta magari a chi frequenta spettacoli teatrali estivi da intrattenimento.

Da una parte, i talenti di Hill per la sua regia innovativa tendono ad armonizzarsi meno per alleggerire il peso creando divertimento, rispetto a lavori come The Caretaker, da uno degli eredi spirituali capo di Beckett, Harold Pinter. Dall’altra ci sono persone che salvaguardano fieramente la posizione di Beckett contro qualsiasi rattoppamento alle sue indicazioni di scena molto specifiche. E quindi quello che vedrete è un enigmatico, teatrale gioco di scacchi (il titolo si riferisce all’ultima parte del gioco che il drammaturgo adorava, la parte finale dove ci sono pochissimi pezzi rimasti). Il cast di 4 attori può essere paragonato a quei pezzi della scacchiera di fine gioco ma nessuno è in posizione tale da fare la mossa per lo scaccomatto. Hamm non può vedere o reggersi in piedi; Clov, il servo che lui tiranneggia, non può sedersi e sebbene voglia andarsene non sembra in grado di farlo. I genitori di Hamm, Nell e Nagg, non hanno gambe e sono stati messi in bidoni dell’immondizia uno di fianco all’altro, simbolo di tanto rifiuto, in attesa che il camion della nettezza urbana li porti via.

Considerate tutte le informazioni elencate come un avvertimento se le commedie impegnative non fanno per voi – specialmente se si soffermano sulla vita come preludio oscuramente comico ma soprattutto doloroso ad una morte che va per le lunghe (ombre del commento di Beckett in cima a questa recensione, dove dichiara che il suo unico rammarico è di essere nato dal momento che “morire è una faccenda così lunga e stancante”). Ma se non vi dispiace guardare una commedia che potreste non capire abbastanza (o che non volete davvero capire, perché provocherebbe sentimenti spiacevoli e risate), non vorrete perdervi questo spettacolo – soprattutto se avete visto l’intrigante produzione dell’anno scorso della più rappresentata ma egualmente enigmatica messa in scena di Waiting for Godot, sempre in questa sede ma diretta da Anders Cato.

Dando per scontato che i miei avvertimenti non vi abbiano spaventato, andate premiati. Eric Hill e il suo team di lavoro hanno creato una produzione stilizzata rimanendo rispettosamente fedeli alle note di scena di Beckett, che richiedono una stanza spoglia e due finestre incrostate che possono essere raggiunte solo salendo su una scala…La prima vista di Hamm con lui che siede nella sua sedie a rotelle coperto da un telo che, una volta rimosso rivela un fazzoletto insanguinato che gli copre il viso…I due bidoni della spazzatura messi uno di fianco all’altro, con Nagg e Nell dalle facce bianche da pagliacci che ogni tanto fanno capolino, devono essere vicini al figlio che ignora i loro bisogni (così come loro, come indicato ad un certo punto, hanno probabilmente ignorato i suoi bisogni d’infanzia).

Nonostante in linea con la visione del drammaturgo, Hill ha dato alla sua produzione un sentimento stilizzato che funziona splendidamente con il testo. Questo è specialmente evidente con il brillante e quasi chaplinesco Clov di David Chandler, e l’assunzione di due giovani attori – Randy Harrison e Tanya Dougherty – nei panni degli anziani, Nagg e Nell. Il loro trucco spettrale (includendo denti mancanti) e le loro voci più o meno tremanti forniscono loro un’aura senza età e rendono il loro scambio di ricordi di giorni più felici sia toccante che più di solo un po’ assurdo.

La Nell della Dougherty, anche se il personaggio è quello di visibilità minore, recita l’unico pezzo di dialogo che si avvicina a riassumere, se non il significato definitivo dell’opera, la sua sensibilità complessiva: “Nulla è più divertente dell’infelicità. Sì, sì, è la cosa più comica del mondo. E noi ridiamo, ridiamo, con una volontà, all’inizio. Ma è sempre la stessa cosa.”

Randy Harrison, che è stato incantevole nel ruolo dello sfortunato Lucky nel Godot del BTF, rende al massimo in questo ruolo in qualche modo meno ruba scena. Con il suo solo viso, la sua voce e le mani a sua disposizione, ciò nonostante riesce ad ipnotizzare.

I due attori che dominano il pauroso, claustrofobico spazio sono superbi. Mark Corkins rende l’abilità del debole Hamm di inchiodare Clov nel flusso delle sue costanti richieste da tiranno.

Mentre non c’è quasi dubbio che lui sarà esaudito nel vedere finita la sua desolata esistenza, c’è ancora una certa grandiosità che lo riguarda, che sopravvive al significato implicito del suo nome.

Per quel che concerne il Clov di David Chandler…Uau! Vederlo muoversi sul palco mormorando e lagnandosi, ogni suo movimento uno sforzo supremo, è come vedere una lezione da professionisti in recitazione fisica ed emozionale. Osservarlo portare fuori la scala logora per la prima volta, aprirla davanti ad una delle finestre, salirci e fare una specie di risata da matto mentre tira via la tenda e guarda fuori è uno spasso. Quando ripete questa sequenza all’altra finestra e continua così ancora ed ancora, questo tic diventa triste e pungente, più che divertente.

Tutto considerato, questa è una visione assurda, spaventosa di un futuro dove la vita scorre ma anche annoia, con personaggi la cui miseria è così intensa da renderli memorabili. I frammenti e i pezzi di conversazione potrebbero suonare senza né capo né coda all’inizio, ma se vi sedete e lasciate che le parole penetrino, troverete che il dialogo è pieno d’umorismo.

Beckett aveva solo 51 anni quando ha scritto Endgame, ma aveva già visto i suoi familiari più stretti morire. Nessuna meraviglia che fosse consapevole di quanto facilmente ci si possa ridurre alla fine del gioco della vita, solo per realizzare che la si è trascorsa senza prestare attenzione o come Hamm dice “Non sono mai stato lì. Sempre assente, è successo tutto senza di me.” Nonostante le generose dosi di humour, dal momento che Nagg non avrà il dolcetto che vuole, neanche voi potete contare sul fatto che Beckett possa addolcire la sua tetra visione della condizione umana. Il cibo che lui scodella è nutrimento per la mente e per moltissime discussioni post spettacolo.

Certamente, se avete preso le mie minacce iniziali a cuore, potreste volere di passare direttamente alla prossima, più scanzonata proposta dello Unicorn, l’originale musical da compagnia itinerante Babes in Arms. Le musiche sono di Richard Rodgers e i testi di Lorenz Hart.


Note della produzione:

Endgame di Samuel Beckett
Diretto da Eric Hill
Cast: Clov (David Chandler), Hamm (Mark Corkins), Nagg (Randy Harrison), Nell (Tanya Dougherty)
Scenografie: Gary M. English
Costumi:– Charles Schoonmaker
Luci: Dan Kotlowitz
Manager di scena: Laura Wilson
dal 6 al 24 luglio.
Durata dello spettacolo: Circa 90 minuti, nessun intervallo.




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Tradotta da
Robin e redatta da Marcy

Berkshire Theatre Festival, estate 2010
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