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PPAC's "Cabaret": Non dirlo a mamma, Vieni ed unisciti alla Banda

Venerdý, 29 gennaio 2016

di: Jack Craib
Fonte: southshorecritic.blogspot.com.es
Tradotto da: Klaudia62
Redatto da: Marcy

"La vita è un cabaret, vecchio amico", almeno al Providence Performing Arts Center, dove il Tour Nazionale di “Cabaret” da il via al suo programma nazionale. Questa produzione si è evoluta rispetto al più recente e di grande successo revival di Broadway del musical di Kander e Ebb. Lo spettacolo originale fu testato a Boston nel mese di ottobre del 1966, per poi avere la prima a New York il mese successivo. John Kander scrisse la musica, Fred Ebb fu l’autore dei testi, e Joe Masteroff scrisse il Libretto. Kander e Ebb avevano precedentemente collaborato nel loro primo musical, anch’esso testato a Boston, “Flora the Red Menace” (Flora la Minaccia Rossa), che presentò Liza Minelli. Mentre Flora non sopravvisse a lungo, la prima esecuzione di “Cabaret” sicuramente ci riuscì, per tre anni, con diversi revival da allora. All'inizio del suo provino originale a Boston, il musical aveva tre atti, ma fu subito ridotto a due prima di lasciare lo Shubert Theater, una mossa saggia, dato che lo show ha finito per diventare un’inquietante, indimenticabile efficace ricostruzione del suo tempo e del suo luogo. Questo revival, curato dal Roundabout Theatre e durato ben sei anni, è una rivelazione. Non avete mai visto una produzione di “Cabaret” al massimo della sua potenza fino a che non vedrete questa versione.

Il primo atto, come chiunque abbia familiarità con la produzione originale o la versione cinematografica successiva ricorderà, racconta la storia di Sally Bowles (Andrea Goss) e del suo incontro con Clifford Bradshaw (Lee Aaron Rosen) al Kit Kat Klub mentre canta "Don’t Tell Mamma". E’ la Germania proprio nel momento in cui i nazisti stanno raggiungendo il potere. Basato sul romanzo “ Addio a Berlino” di Christopher Isherwood, a sua volta basato sul lavoro di John Van Druten “I Am a camera”, (Cabaret) si svolge nel volgare night club di Berlino con un bizzarro Emcee (Randy Harrison). Bradshaw, uno scrittore americano, incontra anche Ernst Ludwig (Ned Noyes) che gli offre un lavoro e gli suggerisce di prendere una stanza in una pensione gestita da Fraulein Schneider (Shannon Cochran). Più tardi alla porta di Cliff si presenterà Sally, dopo essere stata cacciata dal suo appartamento. Il primo atto si conclude con una canzone che diventa una marcia con alcune sfumature sinistre, “Tomorrow belongs to me " (Domani mi appartiene). Nel secondo atto, Sally e Cliff sono innamorati, e lei gli confessa di essere incinta. Nel frattempo, Fraulein Schneider sorprende la sua inquilina Fraulein Kost (Alison Ewing) con la sua schiera di ammiratori, ma Kost le ricorda che lei stessa ha avuto un flirt con il suo corteggiatore ebreo Herr Schultz (Mark Nelson). Cliff decide di lasciare Berlino, mentre Sally sceglie di rimanere per quella che lei vede come una vita di libertà, ignara della discesa imminente delle truppe naziste. Mentre parte in treno, Cliff inizia a scrivere delle sue esperienze “at the end of the world” (alla fine del mondo).

Una delle delizie di questa versione teatrale è il reinserimento della relazione romantica tra la padrona di casa Fraulein Schneider e le sue belle canzoni con Herr Schultz, “It couldn’t please me more (Pineapple)” (Non potrebbe piacermi di più (Ananas)) e "Married" (Sposata), entrambe scomparse completamente nella versione cinematografica. Cochran e Nelson sono meravigliosi insieme, e il suo (di Cochran) numero finale, "What Would You Do?" (Tu cosa faresti), non è mai sembrato così commovente. Come lei stessa ammette, “I regret…everything” (io rimpiango... tutto). Un altro aspetto che è stato perso, a tutti gli effetti, nella versione cinematografica è la crescente minaccia dell’ascesa del partito nazista. Con questo aspetto ripristinato, sia a livello emotivo che politico, l’esperienza diventa molto più coinvolgente. Questo rende il destino finale delle relazioni ancor più rivelatore e commovente. C'è un cuore di cui fare tesoro, che è però fugace e viene condannato dal percorso della politica dell'epoca. C'è anche una nuova canzone scritta per il revival di Broadway, "I Don’t Care Much" (Non mi interessa molto), che riesce a catturare l'atteggiamento di chi appare più ignaro alla realtà.

In questa versione itinerante, la compagnia presenta due credibili Sally e Cliff, interpretati da Goss e Rosen, che cantano eccezionalmente bene e hanno una vera e propria alchimia insieme. La Goss è particolarmente coinvolgente nella sua interpretazione della canzone che da il titolo al musical, è allo stesso tempo intensa e vulnerabile. Anche Noyes ed Ewing sono forti nei loro fondamentali ruoli suggerendo quanto fosse semplice acconsentire per andare d’accordo. Ma qualsiasi produzione di questo show eccelle o precipita in base alla performance del suo Emcee, e Harrison è un'affascinante tripla minaccia, la sua recitazione impetuosa, i suoi movimenti sinuosi, il suo canto incredibile mentre segue quasi senza sosta lo svolgersi degli eventi. Si viene completamente spazzati via dal finale ad effetto (che non può essere rivelato qui), che è inaspettato seppure logico, al tempo stesso enormemente teatrale e sconvolgente.

Il successo di questo brillante ripensamento dello spettacolo è in gran parte dovuto al genio del team creativo di questo revival guidato dal suo regista originale Sam Mendes e dal co-regista e coreografo Rob Marshall. La compagnia itinerante è diretta dal regista BT McNicholl con la coreografia ricreata da Cynthia Onrubia. La scenografia impostata da Robert Brill è versatile (più efficace nelle scene del night club), i costumi di William Ivey Long sono perfetti, e l’impianto luci di Peggy Eisenhauer e Mike Baldassari, così come l’impianto sonoro di Keith Caggiano sono favolosi. Anche l’intervallo è stato ri-immaginato con un eccezionale numero dell'orchestra presente sul palco accompagnata da un balletto di fila eseguito dalle Kit Kat Klub Kittens.

Fino a quando le truppe d'assalto non si riuniscono, viene mostrata una grande quantità di decadenza divina, in particolare in quegli addominali scolpiti e quelle gambe attraenti. È audace, volgare, rumoroso e osé. Ed è anche molto divertente. Andateci, ma, come avvertono le gattine, "Don’t Tell Mama" (Non ditelo alla mamma).




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